martedì 12 febbraio 2013

Benedetto XVI...il penultimo dei Papi?

La profezia di Malachia (in latino Prophetia Sancti Malachiae) è una lista di 112 brevi frasi in latino, da alcuni ritenute una premonizione attribuita a San Malachia di Armagh.
La lista ha la pretesa di descrivere tutti i papi (compresi alcuni antipapi) partendo da Celestino II (eletto nel 1143), e si conclude con un papa descritto come "Petrus Romanus" il cui pontificato, secondo la profezia, terminerà con la distruzione della città di Roma.
La profezia fu pubblicata nel 1595 da Arnold de Wyon, uno storico benedettino, come parte del suo libro Lignum Vitæ. Wyon attribuisce la lista a San Malachia, vescovo di Armagh nel XII secolo. Secondo la versione tradizionale, nel 1139, Malachia fu chiamato a Roma daPapa Innocenzo II. A Roma Malachia ebbe una visione di futuri papi; riportando la visione, con una sequenza di passaggi criptici, in un manoscritto dal titolo Prophetia de Summis Pontificibus. Il manoscritto fu depositato negli Archivi Vaticani e successivamente dimenticato fino alla sua riscoperta nel 1590.
Dall'altra parte, è stato rilevato che nella biografia di Malachia scritta da Bernardo di Chiaravalle non ci sono menzioni della profezia; e non ci sono citazioni della profezia prima della sua pubblicazione nel 1595.
Molti, compresa l'ultima edizione della Enciclopedia Cattolica, suggeriscono che la profezia sia un falso del XVI secolo; alcuni hanno suggerito che sia stata realizzata dal falsario umbro Alfonso Ceccarelli attorno al 1590.
Alcuni hanno suggerito che sia stata creata da Nostradamus e attribuita a Malachia perché un veggente non sarebbe stato attaccato per aver profetizzato la distruzione del papato. I sostenitori della profezia, come lo scrittore John Hogue, sostengono che sebbene l'autore della profezia sia incerto, le predizioni restano valide.
Malachia avrebbe descritto ciascuno dei 111 (o 112, a seconda delle versioni) futuri pontefici attraverso un "motto"; i motti vanno da papa Celestino II (1143-1144) fino alla fine dei tempi, descrivendo il destino dei papi e della Chiesa Cattolica. Non tutti i "motti" hanno la stessa precisione, alcuni sono molto generici. In particolare, nello scorso secolo, si è sottolineata la precisione dei motti anteriori al 1600 (cioè anteriori alla comparsa della presunta profezia) e la minore precisione di quelli successivi. Tuttavia l'avvicendarsi di quelli che secondo la profezia sarebbero gli ultimi papi dei tempi (secondo alcune interpretazioni papa Benedetto XVI sarebbe il penultimo), ha riportato l'attenzione su questa profezia.
Profezie sui papi anteriori al 1595;
 
  • papa Celestino II (Ex castro Tiberis = "da un castello sul Tevere". Il papa era originario di Città di Castello);
  • papa Lucio II (Inimicus expulsus = "nemico espulso, cacciato". Papa Lucio II aveva il cognome "Caccianemici");
  • papa Eugenio III (Ex magnitudine montis= "dalla grandezza del monte". Papa Eugenio III era signore di Montemagno);
  • papa Alessandro III (Ex ansere custode = "dall'oca custode". Lo stemma familiare del Papa raffigurava, fra l'altro, un'oca);
  • papa Celestino V (Ex eremo celsus = "elevato da un eremo"; Papa Celestino V era un eremita).

Profezie sui papi posteriori al 1595;
  • papa Urbano VIII (Lilium et rosa= "il giglio e la rosa". Papa Urbano VIII era originario di Firenze, che ha un giglio rosso nello stemma);
  • papa Pio VII (Aquila rapax= "aquila rapace, ladra". Papa Pio VII fu rapito da Napoleone, il cui stemma era un'aquila);
  • papa Leone XII (Canis et coluber = "cane e serpente". Papa Leone XII fu definito dai suoi collaboratori fedele alla causa della Chiesa come il cane ed allo stesso tempo prudente nei suoi attacchi come un serpente);
  • papa Pio IX (Crux de cruce. Il pontificato di Pio IX vide l'unificazione italiana sotto i Savoia, nel cui stemma vi era una croce).

Profezie su papi recenti 
  •     papa Leone XIIIIl 102º papa ha il motto "Lumen de coelo". L'emblema di Gioacchino Pecci era una stella cometa sullo sfondo del cielo.
  •     papa Pio XIl 103º papa ha il motto "Ignis ardens". Per la sua bontà e la sua ardente fede, Giuseppe Sarto fu proclamato santo. Si potrebbe anche ricordare con quanto zelo egli combatté il Modernismo.
  •     papa Benedetto XV: Il 104º papa ha il motto "Religio depopulata". Il pontificato di Giacomo della Chiesa fu funestato dagli avvenimenti della Grande Guerra e dai numerosi lutti che ne conseguirono. Il motto sembra riferirsi all'enorme numero di cattolici che caddero sul fronte di guerra, ma potrebbe esserci anche un accenno alla terribile epidemia di spagnola, che fece ancora più vittime partendo proprio dalla Spagna, un paese cattolico.
  •     papa Pio XIIl 105º papa ha il motto "Fides intrepida". La fede di Achille Ratti, nativo di Desio, lo indusse a lanciare coraggiosi anatemi contro il comunismo e contro il fascismo ed il nazismo rampante (enciclica Mit Brennender Sorge, "Con ardente preoccupazione").
  •     papa Pio XII: Il 106º papa della profezia, identificato con papa Pio XII, reca il motto Pastor angelicus. Il cognome di Pio XII è Pacelli che, come amava ricordare lo stesso pontefice, in latino vuol dire "Pace del Cielo" (Pax caeli) e pertanto viene collegato alla profezia. In vita fu soprannominato Pastor Angelicus e gli fu dedicato un cine-documentario, in cui Pio XII recitò nel ruolo di se stesso, con questo titolo.
  •     papa Giovanni XXIII: Il 107º papa, identificato con papa Giovanni XXIII, è indicato come Pastor et nauta (pastore e marinaio). Il pontefice, in quanto tale, è pastore di anime, ma è possibile che nella storia della Chiesa non tutti i papi l'hanno trasmesso. Ecco perché si dice che: "Lo Spirito Santo richiamò la sua Chiesa con una forte Irruzione, per far cambiare rotta con papa Giovanni XXIII". Roncalli fu Patriarca di Venezia, antica potenza marittima, ed ancora oggi porto di mare. Inoltre era di umili origini.
  •     papa Paolo VI: Il 108º papa, identificato con papa Paolo VI, viene descritto come Flos florum (fiore dei fiori, che tradizionalmente indica il giglio). Lo stemma papale di Paolo VI riporta tre gigli.
  •     papa Giovanni Paolo I:Il 109º papa, identificato con papa Giovanni Paolo I, è indicato come De medietate Lunae o De media aetate Lunae, cioè "il periodo medio di una luna", di circa un mese. Inoltre, come riscontrabile sul calendario lunare del 1978, Albino Luciani salì al soglio pontificio, e morì, in giorni di luna media. Il papato di Giovanni Paolo I durò circa un mese, a causa dell'improvvisa e discussa morte.
  •     papa Giovanni Paolo II: Il 110º papa, identificato con papa Giovanni Paolo II, reca il motto De labore Solis. In latino "labor", letteralmente "fatica, lavoro", significa anche "eclissi", pertanto il signicato della locuzione potrebbe essere "Dell'eclissi di sole". Consultando il registro delle eclissi solari della risulta che Giovanni Paolo, nato il 18 maggio 1920, nacque proprio il giorno di una eclissi solare parziale (non visibile però dal luogo di nascita). Giovanni Paolo II è morto il 2 aprile 2005, giorno in cui non è avvenuta alcuna eclissi. Tuttavia la salma del pontefice è rimasta esposta imbalsamata - secondo il rito del Novendiale - fino all'8 aprile 2005, giorno delle esequie. Tale giorno è avvenuta un'eclissi solare ibrida, anch'essa però non visibile da Roma. Un'interpretazione ancora diversa fa risalire invece questo motto ai numerosissimi viaggi fatti dal pontefice (a guisa del sole stesso) in tutto il mondo. Un'altra teoria ancora più divagante riconduce il motto alle esperienze del Santo Padre Giovanni Paolo II; infatti egli è ricordato come il papa che rivoluzionò le antiche tradizioni della Chiesa di Roma, mostrandosi agli occhi di tutti come il papa di una nuova era e di un risorgimento cattolico mondiale e portando in tutto il mondo la Parola di Cristo. Rinnovò il rapporto fra cristianesimo e giovani, fu il primo papa ad approcciare con le tecnologie informatiche, come il PC ed il sito del Vaticano, e divulgò con nuovi metodi il cristianesimo per tutti. Il sole del motto sopracitato potrebbe anche alludere allo Spirito Santo, infatti secondo alcune persone vicine a Giovanni Paolo II il papa era un mistico che interloquiva direttamente con Cristo Dio, rivelandoSi solo ed unicamente a lui sotto le sembianze dello Spirito Santo (ecco spiegati anche i diversi miracoli rivelati a lui e da lui in vita ed in morte); in questo modo era da tramite e intermediario facendo sì che si adempisse il "labor" dell'onnipotente sulla Terra e la Sua Parola. Potrebbe anche esserci un riferimento al Miracolo del sole avvenuto a Fátima e questo papa è stato molto legato a Fátima.
  •     papa Benedetto XVI:Il 111º papa, identificato con papa Benedetto XVI, è descritto come De gloria olivae. Il motto De gloria olivae è stato collegato al nome "Benedetto" perché alcuni benedettini sono anche chiamati "monaci olivetani". Da notare che nell'araldo del Papa è raffigurata un persona di colore sul lato destro (sinistro rispetto all'osservatore) simbolo della Diocesi di Frisinga di cui fu arcivescovo. Il termine "olivae" è stato collegato al colore di questo viso di moro. Il 26 aprile 2009 Benedetto ha proclamato santo Bernardo Tolomei, fondatore dell'ordine degli Olivetani.



Subito dopo il papa indicato con il motto Gloria olivae, la profezia di Malachia annuncia il pontificato dell'ultimo pontefice e la fine del mondocon queste parole:
(LA)
(IT)
«
In persecutione extrema S[anctae] R[omanae] E[cclesiae] sedebit Petrus Romanus, qui pascet oves in multis tribulationibus: quibus transactis civitas septicollis diruetur, et Iudex tremendus iudicabit populum suum. Finis.  »
«
Durante la persecuzione finale della Santa Romana Chiesa, siederà [sul trono] Pietro il Romano, che pascerà il gregge tra molte tribolazioni: passate queste, la città dei sette colli sarà distrutta e il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Fine.  »


lunedì 11 febbraio 2013

Vivi sempre come se tutti ti osservassero

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Chiedi come mi sia arrivata questa notizia, chi mi abbia raccontato i tuoi pensieri, che tu non avevi confidato a nessuno? Lo ha fatto chi sa tutto, la voce pubblica. "Come? sono così importante da suscitare le chiacchiere della gente?" Non devi misurarti in base a Roma, ma al luogo in cui risiedi. Tutto quello che si distingue da quanto lo circonda, è grande in quell'ambito; la grandezza non ha una misura determinata: il confronto la innalza o la diminuisce. Un'imbarcazione che sul fiume sembra grande, diventa piccola in mare; un timone, grande per una nave, è piccolo per un'altra. Ora tu in provincia, anche se ti sminuisci, sei grande. La gente vuol sapere, e sa, che cosa fai, come pranzi, come dormi: devi perciò vivere con più cautela. Ritieniti felice solo quando potrai vivere in pubblico, quando le pareti serviranno a ripararti, non a nasconderti; di solito, invece, pensiamo di averle intorno non per una nostra maggiore sicurezza, ma per nascondere meglio i nostri peccati. Ti dirò una cosa dalla quale potrai giudicare la nostra moralità: non ti sarà facile trovare uno in grado di vivere con la porta aperta. I guardiani di fronte alle porte di casa non ce li ha fatti mettere la superbia, ma la nostra cattiva coscienza: viviamo in modo tale che essere visti all'improvviso significa essere colti in fallo. Ma a che serve nascondersi ed evitare gli occhi e le orecchie del prossimo? La buona coscienza chiama a sé la gente, quella cattiva è ansiosa e preoccupata anche in solitudine. Se le tue azioni sono oneste, le sappiano tutti; se vergognose, che importa che nessuno le conosca, se tu le conosci? Povero te, se non tieni conto di questo testimone! Addio.

Seneca lettera 43 libro V

sabato 9 febbraio 2013

La filosofia di Matrix

« Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L'avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità. »
(Morpheus a Neo)

Sullo sfondo di Matrix vanno ravvisate le più disparate concezioni filosofiche:


PLATONE: aveva distinto tra mondo vero (il mondo delle idee, dell‘Oracolo e dell‘Archietto) e mondo apparente (il mondo sensibile in cui viviamo, Matrix). In particolare Matrix sembra riscrivere il mito della caverna di Platone. 
CARTESIO: di tutto posso e devo dubitare: dei miei sensi che spesso mi ingannano, dell'esistenza del mondo esterno, della distinzione tra sogno e realtà, ed anche delle presunte verità matematiche. Chi mi assicura che ciò che vedo esista, oltre che nella mia testa come idea, anche nella realtà? Così come i sensi mi ingannano quando il remo immerso in acqua mi appare spezzato per un inganno ottico, chi non mi dice che essi non mi dicano mai la verità? … dubito di tutte le cose appena elencate, quindi ci deve essere qualcosa che dubita: ciò che dubita deve per forza esistere: l’eletto! 
SCHOPENHAUER: la distinzione tra fenomeno e noumeno. Il primo è il mondo della rappresentazione, il mondo così come noi ce lo rappresentiamo, quindi il dominio dell'apparenza, il "velo di Maya", il regno dell'illusione e della menzogna che nasconde la verità. Il noumeno è invece la stessa verità che si cela dietro il fenomeno e la nostra rappresentazione, una verità dura e crudele: tutto è Volontà, tutto è cieco e irrazionale impulso di vivere.
NIETZSCHE: in primo luogo, in tutto il film non si fa mai riferimento a Dio, nè per chiedergli aiuto nè per lamentarsi della disastrosa condizione in cui é ridotta l'umanità: Dio non c'é; non é forse questo uno dei tanti aspetti di quel nichilismo, previsto in modo profetico dallo sfolgorante profeta del Superuomo, che avrebbe imperversato nell'era moderna? Viene sì profetizzata la venuta di un 'messia', di un salvatore: ma egli esula del tutto dalla sfera divina, è un uomo imbevuto di eroismo (Neo) e, in quanto tale, non può sentire come estraneo tutto ciò che è umano , come la disgrazia e la servitù in cui è ridotta dell'umanità. 
MARX: per l'uomo l'essenza suprema é non già Dio, ma l'uomo stesso e infatti il fine della missione dell'intrepido Neo é proprio la liberazione del genere umano, non la venerazione di un presunto Dio; ed egli lotta per ridare la libertà a tutto il genere umano, non a presunte "razze" superiori, come spesso si è voluto erroneamente credere che il superuomo nietzscheano fosse tenuto a fare. la rivolta della massa umana contro le macchine può essere letta come la rivoluzione proletaria profetizzata dal filosofo comunista; il fatto stesso che tutti gli uomini siano schiavi e costretti a 'vendere' la loro forza lavoro generando un plusvalore per le macchine. 
FILOSOFIA INDUISTA: viene chiamato “Velo di Maya” ossia l’illusione che vela la realtà delle cose nella loro essenza autentica.
“E’ Maya, il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che agli prende per un serpente.”
PENSIERO BUDDISTA: Le nostre percezioni sono sempre ingannevole, come un sogno, ognuno è chiamato a liberarsene, quindi Ognuno è un Eletto un Neo, di se stesso, che intraprende questo viaggio verso la vera consapevolezza o matrice divina. 


venerdì 8 febbraio 2013

Guardiamoci con tanta filosofia


Che cosa ho imparato della filosofia?
Che la filosofia conta ancora. Che non è un’attività ultraterrena condotta da un piccolo gruppo di individui, chiusi in inaccessibili ragionamenti. O invece è proprio così?
Indubbiamente, la filosofia, per buona parte della sua lunga storia, è stata attività accademica. L’accademia di Platone fu istituita per portare avanti le dottrine di Socrate. La filosofia è tra le altre cose, quell’attività viva di riflessione critica in un contesto specifico attraverso la quale gli esseri umani si sforzano di analizzare il mondo in cui si trovano e di mettere in discussione ciò che passa per senso comune o pubblica opinione (quella che Socrate chiama doxa) nella società in cui vivono. La filosofia analizza è incalza l’opinione pubblica ponendo interrogativi fondamentali: “Che cos’è la conoscenza?”; “Che cos’è l’amore?”.
La speranza che c’è dietro è che le considerazioni suscitate da queste domande universali producono, tramite indagini e argomentazioni, un effetto educativo o addirittura emancipativi. La filosofia, per citare la definizione di Stanley Cavell, è l’educazione degli adulti.
A mio parere la filosofia deve far parte della vita di una cultura. Deve coinvolgere l’opinione pubblica e influenzare il modo in cui una cultura dialoga con se stessa, parla con le altre culture e cerca di comprenderle. È molto gratificante vedere fiorire questa ricerca nell’agorà odierna, l’agorà virtuale, coinvolgendo e abbracciando lo spazio pubblico elettronico.
Alla società, la filosofia può offrire un metodo per sfatare i tanti miti e ideologie che regolano la nostra vita e per proporre schemi concettuali alternativi. Hegel dice che la filosofia ci consente di comprendere con il pensiero la nostra epoca. Ma può anche farci resistere alla nostra epoca, di porre domande inopportune, difficili, scomode.
Nietzsche dice: “Che cosa chiede un filosofo a se stesso innanzitutto? Di superare in se stesso il proprio tempo, di diventare “senza tempo” […] Ma io l’ho capito, vi ho resistito. Il filosofo che è in me vi ha resistito.”
Fare filosofia non è fare politica. La filosofia non è riconducibile al business della politica. Ma la filosofia può occupare uno spazio importante, in rapporto alla sfera pubblica, osservandola e mettendo in evidenza qualcuna delle sue illusioni e certe sue ombre scambiate per cose vere. La filosofia non è un attività solitaria di gente che rumina e cogita per conto proprio. Nel mondo antico la filosofia era un’attività collettiva condotta nell’accademia di Platone, nel Liceo di Aristotele, nel giardino di Epicureo o all’ombra dei portici della Stoà.
Il vero dialogo è cambiare idea.
(Simon Critchley)

giovedì 7 febbraio 2013

Molti bisogni sono artificiali


Sfinito da un viaggio più scomodo che lungo arrivo nella mia villa di Alba a notte alta: non trovo niente di pronto tranne il mio stomaco. Perciò stanco mi getto sul divano, senza prendermela per il ritardo del cuoco e del fornaio. Se una cosa si prende alla leggera, mi dico, non è grave e niente dovrebbe mandarci in collera, purché non lo ingrandiamo noi stessi col nostro sdegno. Il mio fornaio non ha pane; ne hanno, però il fattore, il custode, il colono. "Pane cattivo," dirai. Aspetta: diventerà buono; la fame renderà morbido e bianco anche questo. Perciò non bisogna mangiare finché la fame non lo comanda. Aspetterò dunque, e non mangerò prima di avere un buon pane oppure di non provare più disgusto per quello cattivo.
Abituarsi al poco è necessario: anche chi è ricco e ha tutto si troverà in luoghi e circostanze sfavorevoli che impediranno la soddisfazione dei suoi piaceri. Nessuno può avere tutto quello che vuole, ma può non volere quello che non ha e godere delle gioie che gli si offrono. Gran parte della libertà consiste in un ventre moderato e capace di sopportare gli stenti. Non si può immaginare quanto piacere mi dia il sentire che la stanchezza se ne va da sé; non cerco né massaggiatori, né bagni, unico rimedio è il tempo: il riposo elimina le conseguenze della fatica. Una cena qualunque sarà più piacevole di un banchetto inaugurale. Ho messo, dunque, il mio animo alla prova all'improvviso e perciò ne ho tratto un'esperienza più schietta e vera. Se l'animo si prepara e si impone di essere paziente, la sua reale fermezza non è chiara. Le prove più sicure sono quelle improvvise: se di fronte ai dispiaceri non è solo rassegnato, ma tranquillo; se non dà in escandescenze e non attacca briga; se supplisce a ciò che avrebbe dovuto ricevere non desiderandolo, e pensa che manchi qualcosa alle sue abitudini, ma non a lui stesso.

Dell'inutilità di molte cose ci accorgiamo solo quando cominciano a mancare: le usiamo non per bisogno, ma perché le abbiamo. E quante cose, poi, ci procuriamo perché le hanno gli altri o perché le posseggono quasi tutti! Ecco una delle cause dei nostri mali: viviamo imitando il prossimo e non ci facciamo regolare dalla ragione, ma trascinare dall'abitudine. Una cosa che se la facessero in pochi, non vorremmo imitare, quando diventa una moda la seguiamo, quasi fosse più giusta perché è più diffusa; l'errore, quando diventa comune, occupa in noi il posto del bene. Tutti ormai viaggiano come se li precedesse la cavalleria numidica e una schiera di battistrada: sarebbe una vergogna non avere nessuno che faccia scansare i passanti e mostri, alzando un polverone, che arriva un uomo importante! Tutti hanno ormai muli carichi di vasellame di cristallo, di murra, cesellato a mano da grandi artisti: sarebbe una vergogna se sembrasse che nei bagagli porti solo roba infrangibile! Tutti si trascinano dietro giovani schiavi col viso unto di crema perché il sole o il freddo non rovinino la loro pelle delicata: sarebbe una vergogna se nel tuo seguito ci fosse qualche schiavo col viso fresco senza bisogno di creme.

Evitiamo di parlare con tutti questi individui, sono loro a trasmettere i vizi e a diffonderli da un posto all'altro. Sembrava che i calunniatori fossero la razza peggiore: e invece ci sono quelli che diffondono i vizi. I loro discorsi sono veramente dannosi: anche se lì per lì non hanno nessun effetto, seminano nella nostra anima i germi del male e ci seguono anche quando ne siamo lontani: il male si svilupperà in seguito. Quando uno ha ascoltato un concerto nelle orecchie gli risuona il ritmo e la soavità di quella musica, che gli impedisce di pensare e di occuparsi di cose serie; così i discorsi degli adulatori e di quanti lodano le cattive azioni ci rimangono impressi anche quando non li sentiamo più. E non è facile liberarsi di quella dolce musica: ci perseguita persistentemente e a intervalli ritorna. Rifiutiamoci, perciò fin dall'inizio di ascoltare quelle parole disoneste, perché la loro audacia aumenta quando prendono piede e noi le accogliamo. Allora si arriva a questi discorsi: "La virtù, la filosofia, la giustizia sono parole vuote e altisonanti; l'unica felicità è vivere bene, mangiare, bere, godersi le ricchezze: questa è vita, questo è ricordarsi che dobbiamo morire. I giorni scorrono via e la vita fugge inesorabile. Abbiamo dei dubbi? A che serve la saggezza e imporsi di essere frugali alla nostra età, mentre ora possiamo godere dei piaceri (in futuro non saremo in grado di farlo), anzi ne sentiamo l'esigenza, e così precedere la morte e privarsi già adesso di tutto quello che essa ci porterà via? Non hai un'amante, non hai un ragazzo che susciti la gelosia dell'amante; ogni giorno ti mostri sobrio; e mangi come se dovessi sottoporre a tuo padre il libro dei conti: questo non è vivere, ma guardare vivere gli altri. Che pazzia avere cura del patrimonio destinato all'erede e privarsi di tutto per farsi di un amico un nemico con una cospicua eredità; la sua gioia per la tua morte sarà proporzionata al lascito. Questi severi e arcigni censori della vita altrui, nemici della propria, precettori universali, non tenerli in nessun conto e non esitare a preferire una buona vita a una buona reputazione."Bisogna fuggire queste voci come quelle davanti a cui Ulisse non volle passare se non legato. Il loro potere è identico: allontanano dalla patria, dai genitori, dagli amici, dalle virtù e ci spingono *** a una vita disonorevole e infelice. Quanto è meglio seguire la retta via e arrivare a gioire solo dell'onestà. E questo intento lo realizzeremo rendendoci conto che sono due le categorie di cose ad attrarci o a respingerci. La ricchezza, i piaceri, la bellezza, l'ambizione e quanto altro c'è di lusinghiero e suadente ci attraggono; ci respingono la fatica, la morte, il dolore, il disonore, un tenore di vita troppo austero. Esercitiamoci, dunque, a non temere le une e a non desiderare le altre. Combattiamo in due modi diversi: ritiriamoci davanti agli allettamenti, affrontiamo le difficoltà. Non vedi come è diversa la posizione di uno che scende e di uno che sale? Chi scende porta il peso del corpo indietro, chi sale si piega in avanti. Portare in avanti il peso del corpo in discesa o portarlo indietro in salita significa, caro Lucilio, tenere una posizione viziata. La strada verso i piaceri è in discesa, quella verso azioni difficili e impegnative è in salita: in questo caso dobbiamo spingere il corpo in avanti, nell'altro frenarlo.

Pensi che ora io dichiari pericoloso per le nostre orecchie solo chi loda il piacere e chi ci incute la paura del dolore, cose già di per sé temibili? Secondo me ci nuocciono anche quelle persone che sotto la maschera dello stoicismo ci esortano ai vizi. Vanno dicendo che solo l'uomo saggio e istruito sa amare. "È il solo adatto a quest'arte; ed è pure il più esperto nel bere e nel mangiare in compagnia. Vediamo fino a che età si debbano amare i giovani."Queste abitudini lasciamole ai Greci, noi piuttosto porgiamo le orecchie a queste massime: "Nessuno è onesto per caso: la virtù va imparata. Il piacere è una cosa vile e meschina, di nessun valore, comune anche alle bestie: vi aspirano gli esseri inferiori e più spregevoli. La gloria è cosa vana ed effimera, più instabile dell'aria. La povertà è un male solo per chi non l'accetta. La morte non è un male: chiedi cos'è? La sola legge uguale per tutti gli uomini. La superstizione è pura follia: teme le divinità che dovrebbe amare e profana quelle che venera. Che differenza c'è, infatti, tra il negare gli dèi e il disonorarli?"Queste massime vanno imparate, anzi imparate a memoria: la filosofia non deve fornire scuse al vizio. Non ha speranza di guarire un ammalato se il medico lo spinge all'intemperanza. Stammi bene.

(Lettere a Lucinio 123) Seneca

martedì 5 febbraio 2013

Il culto di Iside e la festa di Sant'Agata

Il culto di Iside in Sicilia viene in fiore quando la dea viene identificata con la tanto celebrata Proserpina. Tale identificazione era comune allora; Apuleio afferma esplicitamente che i Siculi chiamavano Iside Proserpina. Il culto alessandrino fiorisce pertanto in Sicilia nei primi secoli dell'età cristiana e, come altrove, rappresenta un periodo di transizione fra il morente paganesimo e il cristianesimo trionfante. Si è in un tempo in cui comincia già a prevalere il misticismo, che spinge gli spiriti ad elevarsi verso il cielo e quasi annientarsi nella contemplazione di un'unica divinità. Se è vero che la dottrina alessandrina non seppe del tutto svincolarsi da credenze e superstizioni ereditate dall'oriente, e la religione di Iside accanto ad idee sublimi e precetti di sana morale, ebbe concetti stravaganti e pratiche riprovevoli; è anche vero che spianò la strada al trionfante cristianesimo. E' stato già messo in chiaro come nelle vite dei santi e nelle nostre feste religiose si siano conservati molti elementi di quel culto, come anche nella storia dell'arte sacra siano perdurati certi caratteri del tipo della dea egiziana. Si vede rappresentata col suo bambino lattante, e a volte in atteggiamento che ricorda in modo singolare le nostre Madonne. Dopo ciò vien fatto dimandarci se nelle città di Sicilia, e specialmente in Catania, dove il culto alessandrino fiorì maggiormente, abbia occupato il posto di Iside qualche santa cristiana, e se nella festa di questa sia da rintracciare l'antica festa della dea egiziana. Il sospetto viene avvalorato dalla circostanza che nella letteratura sacra catanese, secondo una tradizione che risale ad antichi scrittori, si parla d'una festa che nell'età pagana ogni anno celebravasi in onore d'una statua di donna, che stringeva al seno un bambino e ch'era trasportata trionfalmente in giro per la città. E gli stessi scrittori, messa in relazione quella festa con l'altra di Sant'Agata, trovavano che il fasto e la devozione che il popolo dimostra alla santa si erano innestati sul tronco dell'antico rito; e riferendosi ad altra antica tradizione che parlava di simile festa presso gli Egizi nell'epoca anteriore al cristianesimo, reputano che in Catania sia proprio venuta dall'Egitto. La verità è che quell'antica festa di Catania era in onore di Iside e che essa poi si sostituì a poco alla volta alla popolarissima festa di Sant'Agata. La descrizione che Apuleio ci ha lasciato nelle sue Metamorfosi della festa di Iside in Corinto ci colpisce per la meravigliosa rassomiglianza con la festa di Sant'Agata, specialmente quale era stata descritta dal Carrera nel secolo XVII. Apuleio si riferisce a quella festa che in Roma si disse "Isidis navigium", segnata nel calendario romano il giorno 5 Marzo, e che crebbe rigogliosa attraverso il cristianesimo trionfante, come dimostra il fatto che ne parlano scrittori del IV secolo, non solo, ma anche del tempo di Giustiniano. Era una festa marinara, in quanto consisteva essenzialmente nel consacrare alla dea, Iside Pelagia, la nave che poi si slanciava nel mare, onde la processione dal tempio recava sulla spiaggia, dove aveva luogo la sacra cerimonia. E d'indole marinara pare fosse nelle sue origini la festa di Sant'Agata. La processione dal tempio scendeva sulla marina, come in Corinto, non per lanciare in mare la nave, ma perché là era approdata la barca recante le sacre reliquie della santa. I "nudi", che tiravano con funi la sacra bara, portavano (come fanno sino ad oggi) sugli abiti una camicia, simile agli isiaci vestiti di una tunica di lino bianco. Alla festa prendevan grande parte le donne, come nel culto di Iside; e in Catania non mancava il concorso della mascherata, egualmemte che in Corinto. La martire S. Agata cui s'era strappato il seno e cui le donne offrono anche oggi mammelle di cera in grazia della guarigione ottenuta, prendeva il posto della dea egizia, che simboleggiava la forza produttrice della natura, che era considerata come la dispensiera del latte all'umanità nascente, tanto che nella processione di Corinto un ministro del culto portava in mano un vasetto d'oro a forma di mammella e alla presenza del popolo faceva libazioni di latte. Al velo d'Iside, alle vele della nave egizia, si sostituiva il miracoloso velo della santa catanese. E se così è, il culto di Iside nel suolo di Catania aveva messo ben salde radici.

(fonte: http://www.santagatalavetere.it/italiano/iside.htm)

sabato 2 febbraio 2013

Guarda cosa penso (o quasi)


«Un penny per i tuoi pensieri», diceva Jeanne Moreau nel film Querelle. È possibile guardare nella mente di qualcuno e sapere cosa stia pensando? In uno studio appena pubblicato su «Current Biology», un gruppo della University of California Berkeley ha mostrato che è possibile ricostruire, a partire da registrazioni dell'attività cerebrale, quello che una persona sta vedendo. «Utilizzando sofisticate tecniche computazionali, stiamo creando un vocabolario che ci consenta di tradurre immagini in attività cerebrale e viceversa», spiega Jack Gallant, coautore del lavoro. Il gruppo ha osservato le attivazioni neurali di tre volontari sotto risonanza magnetica funzionale mentre guardavano brevi estratti di alcuni filmati. Queste attivazioni sono state mandate a un computer che, utilizzando opportuni algoritmi, ha "imparato" la corrispondenza fra determinate immagini, come la presenza di un volto, e la risposta cerebrale. Così, quando successivamente i tre volontari hanno guardato dei nuovi filmati, il computer ha potuto ricostruire ciò che vedevano a partire dalla sola attività cerebrale.
Questa nuova tecnologia apre le porte a una migliore comprensione di come il cervello riesca a trasformare un mondo esterno, dinamico e ricco di informazione, in rappresentazioni interne. Lascia inoltre intravedere potenziali applicazioni in campo clinico, soprattutto nell'ambito di pazienti con gravi lesioni cerebrali. Una delle più grandi sfide di fronte a pazienti di questo tipo è poter valutare quanta attività cerebrale sia ancora intatta, e se questa attività sia sufficiente a dar luogo a uno stato di coscienza. Questa tecnologia potrebbe in futuro consentirci di stabilire, almeno per quanto riguarda le immagini visive, il livello di funzione cerebrale di pazienti paralizzati, non coscienti o con altre patologie che impediscono loro di esprimersi. Ma quello che questa tecnologia non ci consente di sapere è se a questa attività cerebrale corrisponda uno stato di coscienza fenomenologica, cioè la presa di coscienza di un'immagine e le sensazioni che vi si accompagnano. 
È arrivato il momento in cui i nostri pensieri non saranno più privati e potranno esserci estratti contro la nostra volontà? Certamente no. Per adesso i nostri pensieri continueranno a costare un penny solo su uno schermo hollywoodiano. Per la scienza di oggi cercare di leggere la mente umana è un po' come cercare di leggere un libro di cui conosciamo a mala pena la lingua con un paio di occhiali sfuocati
Martin Monti (fonte "Il sole 24 ore")